White man!

9 Novembre 2009

Sto pedalando in Ghana da sei giorni e ho scoperto che:

- il piatto tipico composto da una specie di polenta bianca di mais fermentato e carne in umido, si mangia con le mani;

- portare la bici nei motel e nelle pensioni locali e’ considerato inappropriato e disdicevole;

- un’etnia della parte sud occidentale del Paese considera il decimo figlio nato come un menasfiga. Una volta lo uccidevano, oggi e’ preferibile darlo in adozione o comunque, se possibile, allontanarlo da casa e affidarlo ad altri;

- regalare una penna ad un bambino e vederlo davvero felice e grato e’ uno spettacolo;

- le case di molti villaggi sono costruite con mura di fango e tetti di paglia. La compagnia telefonica Vodafone sta tappezzando con il suo logo anche questi villaggi. Come? Piazzando casette container tinte di rosso e marchiate. La soluzione dei problemi legati all’acqua, alla salute, all’istruzione e’ ancora al palo. Ma i telefonini sono arrivati;

- “White man!” o “White!” urla la gente quando passo con la bici. Mi chiedo: perche’ mai noi abbiamo perso tanto tempo e chiacchiere a domandarci se e’ politicamente scorretto rivolgersi ad un africano con un semplice “Ehi, nero!”?

Appunti di viaggio

31 Ottobre 2009

“Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare interamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare ciò che ci succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E’ questo il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando.” -F.S.-

E tu che fai?

29 Ottobre 2009

Facci caso: quando incontri qualcuno che non vedi da un po’, la domanda che ti fa  è:  e tu che fai?  E’ una domanda che non mi piace. Preferirei: e tu come stai? Ma non si usa più. E’ indicativo secondo me, cioè del fatto che uno stato d’animo non interessa più a nessuno, mentre al contrario, l’azione è oggetto di curiosità anche nelle formali domande che si pongono quando ci si incontra per caso. Cosa stai facendo? presuppone il rendiconto di una produttività: lavoro, studio, traslochi, viaggi, di qualcosa di specifico, materiale, tangibile. Secondo me è  una domanda anche un po’ invadente.  Perché non puoi rispondere: sto camminando, vado al cinema, vado a casa. Devi dire quello che stai FACENDO della tua vita. E in base a questo vieni giudicato. Ho visto la Tale e adesso FA questo… Invece, come stai?, nella sua banalità, presuppone un interesse  – per quanto formale, pur sempre un interesse – verso il tuo stato d’animo, i tuoi sentimenti, il tuo benessere (o malessere) fisico e mentale. Puoi rispondere: bene, male, di merda, da dio, così così, a seconda della confidenza con la persona, ma non sei costretto a spiaccicare lì sulla strada l’intera gamma delle tue azioni. E se non ci fossero? Non puoi neanche dire Niente, perché si presuppone che tu FACCIA qualcosa.  Non puoi dire: solito, grazie, perché subito ti si ribatte : cioè? Se ti si chiede come stai?  puoi anche rispondere solo bene (anche se stai di cacca)  e poi passare a parlare del tempo o dell’ultimo film o del fatto che non si trovano più pantaloni a salopette. Voglio dire, puoi anche non rispondere. Ma se ti si chiede che fai ? -  notare, è tipico di un interrogatorio: che fai, cosa hai fatto, che farai –  non puoi, senza essere maleducato, evitare di rispondere. Non puoi rispondere NIENTE. Dopo  un bene, grazie si passa a parlare delle salopette, ma dopo un niente, grazie, si passa irrimediabilmente a come mai?  Sì, voto decisamente per e tu come stai? Speriamo ritorni di moda.

La metamorfosi

22 Ottobre 2009

“Lo stelo è già contenuto nella radice, la foglia nello stelo e il fiore, a sua volta, nella foglia: variazioni su una stessa idea”. – J.W.G.-

Il tornaconto

19 Ottobre 2009

“Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosiffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto, e se lo si fa scegliere tra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto”. – E. M. -

Qualche giorno fa, passavo per Pergine valsugana con la mia bicicletta. Quando vado verso Vetriolo o Levico, faccio sempre una tappa nel centro del paese dove c’è una fontana, per riempire la borraccia d’acqua. Era poco dopo mezzogiorno, e in giro non c’era quasi nessuno, ho però notato un uomo fermo sul marciapiede, girato di spalle. L’ho notato perché  teneva un braccio e il capo alzati verso il cielo. Più accorciavo le distanze, più il movimento del suo braccio destro mi incuriosiva: oscillava con piccoli tratti precisi . L’uomo era abbastanza alto e corpulento, senza nulla di particolare nell’abbigliamento, avrà avuto una cinquantina d’anni, o forse anche più. Teneva il braccio sempre alzato, e malgrado la posizione scomoda  seguitava  a muoverlo,  come quando si saluta qualcuno all’ultimo piano di un palazzo, infinitamente. Ma la sua mano non era aperta per un saluto e non c’erano case davanti a lui, solo la strada. Il suo gesto era precisamente indirizzato al cielo. Mentre mi avvicinavo, ho visto che tra le dita teneva un grosso pennarello bianco. Era una giornata di cielo variabile, con il sole caldo ma un po’ offuscato.  Quando  l’ho affiancato , era ormai chiaro che cosa stava facendo. Stava cancellando le nuvole.

Nel deserto con le iene

8 Ottobre 2009

MILKA GOZZER

Trasportare cose dal mondo è diventato un problema. Il prezzo dei biglietti aerei intercontinentali è sempre più elevato, in compenso il peso del bagaglio che ci si può portare appresso è, se va bene, di appena 20 chili. Quasi nessuna compagnia aerea  considera il trasporto di una bici come peso a parte. Oggi quando prendo un aereo trasportando la mia bicicletta imballata, copro ampiamente il peso consentito malgrado il modesto resto del bagaglio. Qualche anno fa non era così. Ho portato a casa tante cose dai miei viaggi. Molte non ci sono più come uno splendido tappeto kirghiso di sei metri per quattro divorato dalle tarme. Alcune ci sono ancora, ma presentano i segni di traslochi e incidenti domestici: la giraffa zimbabwese ha un orecchio rattoppato, una bottiglia uruguayana e una caraffa ungherese portano le trame della colla usata per rimetterle insieme, un omino di legno malawita ha perso la testa più e più volte. Ma quante altre cose avrei portato dai Paesi che ho visitato? Una di queste era un essere vivente chiamato Sciaki. Era un piccolo sciacallo, e il nome glielo ha dato il mio amico Bussola che se lo sarebbe messo anche nelle mutande pur di portarselo in Italia. Leggi il seguito

Minerve

Minerve

 MILKA GOZZER

La scelta di un viaggio in bicicletta è dettata spesso da eventi casuali e bizzarri, ma qualche volta anche tragici. Mi è già capitato di percorrere Paesi che hanno subito  in passato la sanguinaria brutalità del genocidio come per esempio l’Armenia e la Cambogia.  Stavolta la meta è assai più vicina ai confini italiani, ma il tempo dei fatti risale a otto secoli fa. La Storia cristiana d’Europa ha mantenuto un certo riserbo, o meglio: ha operato qualche distorsione mascherando come guerra di religione l’eliminazione fisica e culturale della gente di Occitania, l’ampia regione che comprendeva l’intero Sud della Francia. “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”.  E’ con questa frase, attribuita al legato papale Arnaldo Amalrico, che il 22 di luglio del 1209 comincia il genocidio delle genti di Occitania – ma sulla carta della storia cristiana medievale si chiamerà Crociata contro gli albigesi o catari. Doveva essere una guerra lampo. Invece durò vent’anni anni al termine dei quali i morti sul terreno saranno migliaia, mentre gli esiti di questo blitz crociato avranno  un peso cruciale nella storia europea. Leggi il seguito

La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro “questa maledetta razza di assassini”. Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere “sporchi come maiali”. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo “tutti siciliani”.

“Bel paese, brutta gente.” Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l’Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l’ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l’affetto delle popolazioni locali. Ma non è così. -G.A.S.-

Carlo Fiori

22 Settembre 2009

“Quando arrivai a Marsiglia, nel giugno del 1932, mi scrollai di dosso il mio vero nome e mi ribattezzai Charles Fiori. Stavo per compiere i diciott’anni e i benpensanti mi consideravano un tipo poco raccomandabile. Debbo riconoscere che dal loro punto di vista non avevano torto”. – G.F.-

Mille gru

16 Settembre 2009

“Noi riponiamo molta fiducia nelle persone, e ci attendiamo da esse altrettanta comprensione. Ma è un errore: soltanto lo specchio della nostra coscienza può dirci quello che siamo…”. -Y.K.-

A Liliana

14 Settembre 2009

A Liliana che mi ha amato tanto, come una figlia, come un’amica.

L’arte del romanzo

8 Settembre 2009

“La riflessione romanzesca è il pensiero che ride della sua volontà di spiegare e riflettere sul tutto”. – M.R.-

La gloria

4 Settembre 2009

“Ci sono due specie di gloria: quella che precede l’invenzione della fotografia e quella successiva ad essa. Nel Trecento, il re ceco Venceslao si divertiva a frequentare le taverne di Praga e a chiacchierare in incognito con la gente del popolo. Aveva il potere, la gloria, la libertà. Il principe Carlo d’Inghilterra non ha alcun potere, alcuna libertà, ma ha una gloria immensa: che si trovi nella foresta vergine o nella sua vasca da bagno nascosta in un bunker diciassette piani sotto il livello del suolo, egli non può in alcun modo sfuggire agli occhi che lo inseguono e lo riconoscono. Ora che la gloria ha divorato interamente la sua libertà, egli sa: solo persone totalmente incoscienti possono oggi acconsentire a trascinarsi dietro i rumorosi barattoli della celebrità. Mi direte che se il carattere della gloria cambia, questo riguarda in ogni caso solo pochi privilegiati. Vi sbagliate. Perché la gloria non riguarda solo la gente famosa, riguarda tutti. Oggi la gente famosa occupa le pagine dei settimanali e gli schermi televisivi, invadendo l’immaginazione di tutti. E tutti contemplano, almeno in sogno, la possibilità di diventare oggetto di una simile gloria (non quella del re Venceslao che frequenta le bettole, ma quella del principe Carlo nascosto nella sua vasca da bagno diciassette piani sotto il livello del suolo). Questa possibilità segue come un’ombra ciascuno di noi e cambia il carattere della nostra vita: perché (ed è un’altra definizione elementare e universalmente nota della matematica esistenziale) ogni nuova possibilità che si offre all’esistenza, anche la meno probabile, trasforma l’esistenza intera”. –M.K.-

Ipocondria

2 Settembre 2009

M. “Ti puoi essere rovinato in qualche modo…”

W. “Che, che cosa vuol dire ROVINATO?”

M. “… Eccesso di masturbazione…”.

W. “Ehi, non ROVINARE i miei hobby!” – W.A.-

Senza bavaglio

1 Settembre 2009

Un ranocchio disse balbettando al guardacaccia:

“Quello che c-c-credete di vedere n-n-non sono io, è m-m-mio nonno”.

Ispirati o intasati?

30 Agosto 2009

“Quando la forza creativa è rimasta per un certo tempo ingorgata, finisce per straripare come se avesse luogo un’ispirazione immediata. (…) Ciò costituisce la nota illusione, al cui perdurare è un po’ troppo legato l’interesse di tutti gli artisti. (…) Il capitale si è appunto solo accumulato, non è caduto ad un tratto dal cielo”. –F.N.-

Ricordi

26 Agosto 2009

“Purtroppo la mia memoria è come la carta moschicida dove si accumulano dati di ogni genere, per la maggior parte inutili”. – S.H.-

Do i numeri

22 Agosto 2009

Dopo una caduta in bici, un dente rotto e un viaggio a Parigi annullato, ho deciso che potevo dare i numeri. Così ho giocato. Al superenalotto,  come i milioni di persone che in queste settimane sono in preda alla febbre del milionario jackpot, anch’io, che coltivo il desiderio di costruire un giardino internazionale con al centro una biblioteca, ho deciso di mettere la schedina. Siccome frequento più libri che persone, ho pensato di ispirarmi alla pratica della bibliomanzia: il numero della pagina aperta a caso è quello fortunato. Mi sono accorta però che il gioco è abbastanza frustrante: sei lì in solitudine a guardare i tuoi sei numeri per il tempo brevissimo di un’estrazione, in uno stato di illusione idiota perché comunque la possibilità di vittoria è talmente remota che non bisognerebbe neanche prenderla in considerazione. Il banco vince sempre. Tu, che ci hai messo i soldi, anche mai. Così, nella settimana in cui ho deciso di dare i numeri, sono andata con un gruppo di amici alla sala Bingo. E ho scoperto che, volendo dare i numeri, il Bingo è un gioco più democratico e divertente del superenalotto o del Gratta e Vinci. Prima di tutto perché, per ogni giocata, qualcuno vince sempre il montepremi e poi perché, anche volendo giocare forte, arrivi a spendere, per una lunga serata, i soldi di una pizza o di un giro di bevute.  Mi sono proprio divertita! Forse perché eravamo una bella compagnia, o forse perché… HO VINTO ben 116 euro! D’accordo, non costruirò nessun giardino internazionale, né pagherò il conto del mio dentista, ma in ogni caso ho scoperto che dare i numeri in compagnia, è assolutamente più piacevole che darli da soli

Felicità

18 Agosto 2009

“Ma ad un certo punto ho deciso che, almeno per me, la felicità non stava in tutto ciò che volevo o di cui avevo bisogno, ma in tutto ciò che non volevo”. -P.I.-

La caduta

10 Agosto 2009

Vado sul passo Manghen, metri 2.045 di altitudine, salita da Borgo Valsugana e discesa dalla Val di Fiemme, 110 km di pedalata. Mi preparo bene: la sera prima non bevo, non fumo, vado a letto presto, non mi metto neppure il mio bite contro il bruxismo,  leggo tre pagine di “Una vita” di Italo Svevo, sorrido del suo neologismo “andare a notabenarsi”, cioè rendere conto al capo dei propri errori, e spengo la luce. Leggi il seguito

L’eredità

2 Agosto 2009

Non ho niente, possiedo solo un nome, se volete, datelo ad un ponte di legno, o di ferro, o della stessa materia degli ideali.

Simpaticissima

1 Agosto 2009

 Primo giorno di scuola, in una scuola americana, la maestra presenta  alla  classe un nuovo compagno arrivato in USA da pochi giorni: Sakiro Suzuki  (figlio di un alto dirigente della Sony).
Inizia la lezione e la maestra dice alla classe: “Adesso facciamo una prova di cultura. Vediamo se conoscete bene la storia americana. Chi disse:
Datemi la liberta o datemi la morte“? La classe tace, ma Suzuki alza la mano. “Davvero lo sai, Suzuki? Allora dillo tu ai tuoi compagni!”
“Fu Patrick Henry nel 1775 a Philadelphia!”
“Molto bene, bravo Suzuki!”  “E chi disse: Il governo è il popolo, il  popolo  non deve scomparire nel nulla ?” Leggi il seguito

Amicizia

31 Luglio 2009

“Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l’acquisto dell’amicizia.”-E.-

Nobili in cordata

28 Luglio 2009

                                      
pale

Nobiltà e montagna, un gustoso connubio fornito con precisione storica e investigativa dal giornalista Fabrizio Torchio nelle pagine del volume “Un lord sulle Dolomiti”, edito dalla Società degli Alpinisti Tridentini. Il libro ha il pregio di uscire dai cliché localistici della solita letteratura di montagna  e, in particolare, di ampliare il focus squisitamente tecnico alpinistico al taglio biografico e umano di personalità, più o meno note, che hanno contribuito a disegnare la storia e l’onomastica delle nostre vette. Così accade che la biografia di un aristocratico inglese, nipote del celebre George Byron, e figlio di un’importante matematica, Ada Byron, si intersechi con la storia dell’apertura di importanti vie alpine grazie anche alla  compresenza di  due fuoriclasse nati e vissuti nella valle del Primiero, le guide alpine Michele Bettega e Bortolo Zagonel. Leggi il seguito

Offendersi

25 Luglio 2009

“Devo imparare a non fidarmi della convinzione o sensazione istintiva che sono io ad avere ragione. Non devo fidarmi di quella sensazione per quanto forte possa essere. In effetti, tanto più essa è forte, tanto più devo diffidare, poiché tanto più è forte, tanto più grande è il pericolo che io stia ingannando me stesso e, di conseguenza, il pericolo che io diventi un intollerabile fanatico”. – K.R.P.-

Ciclosofia

16 Luglio 2009

“La differenza tra la visione del mondo del ciclista e quella dell’automobilista è tra le più profonde che si possano immaginare. A livello di culo (fondoschiena). Osserviamo quello del ciclista: leggermente all’indietro, favorisce il decollo della colonna vertebrale. La postura è simile a quella delle statue antiche. E porta con sé una visione dinamica, una tensione in avanti che testimonia una grande fiducia in ciò che la vita riserva.

Il posteriore dell’automobilista, incastrato tra lo schienale e il sedile, non può permettersi l’arroganza del sedere del ciclista, che spinge le sue natiche ai margini senza bordo del sellino. No, tutto rattrappito nella sua molle concavità, implica nel suo proprietario una posizione semifetale, che ne tradisce il ripiegamento su di sé; impressione rafforzata da quella specie di guscio d’uovo galvanizzato che è il suo abitacolo, illusoria parodia di sicurezza placentare che s’infrangerà al primo urto”. -D.T.-

Il dinosauro

5 Luglio 2009

Quando si svegliò, il dinosauro stava ancora lì. -A.M.-

Gran… Tonino!

5 Luglio 2009

scrivereMILKA GOZZER

Il mio primo caposervizio si chiamava Antonino Vischi, detto Tonino. I primi tempi mi chiamava “brutta bertuccia dai capelli biondi”, ma il suo tono non era meschino, né volgare anche quando gridava da parte a parte del salone della cronaca: “chiudi quelle cosce che ti si vedono i coglioni!”. Nel mondo del giornalismo trentino di fine anni Ottanta, effettivamente Tonino sembrava un pesce tropicale in mezzo a due categorie di giornalisti o pseudo tali: quelli della sua generazione, per la maggior parte attaccati alla poltrona come il tanfo delle scorregge silenti, e uno sparuto manipolo di giovani grafomani la cui sorda  aspirazione era lasciare al più presto l’insulsa periferia  per brillare in lidi metropolitani di grande tiratura e grande visibilità che avrebbero davvero compreso il talento del Nuovo Giornalista Moderno. Inutile dire che entrambe le categorie giudicavano, durante le pause caffè, Tonino alla stregua di un inetto, convinti di saper gestire  meglio le pagine di un quotidiano o i rapporti con il direttore.  Molto, ma molto più tardi, ho capito invece che Tonino aveva  compreso, in largo anticipo, che per essere un bravo  giornalista occorre essere, prima di tutto, una brava persona. Leggi il seguito

Essere giraffa

2 Luglio 2009

Così è capitato che ci siamo trovati a cazzeggiare. C’è un momento, dopo un esame, in cui la giornata rimane sospesa nel tempo. Così siamo andati al bar, e poi a mangiare, e poi ancora al bar, stufati dal caldo e loquaci con tutte quelle parole che scorrono fuori disordinate e idiote come dopo uno spavento, una scarica di adrenalina. Come un branco di animali diversi. Che leggerezza! Si parla di scrittori giapponesi, di suore rincarnate in passeri, di infanzie in colonia e di nomi storpiati, di professori chiamati dio e di baroni accademici, di fidanzati e di fratelli…  Così poi arriva l’equivalente pseudo intellettuale del gioco della bottiglia, ovvero: “se tu fossi un animale che animale saresti?”. Ed eccoci qua, una pantera, un koala, un leone, un cavallo, un lupo e una giraffa.  A bere spritz. Conosco il koala, il cavallo e il leone, mentre ho appena conosciuto il lupo e la pantera. Io sono la giraffa. Le giraffe sono gli animali meno… ergonomici del pianeta. Sono grandi, ma fragili con quelle lunghe zampe che sembrano ingarbugliarsi da un momento all’altro, come i fili di una marionetta.  Lunghe zampe, ma esposte; lungo collo curioso, ma esposto. Una giraffa incontra difficoltà a procedere nei labirinti di un mondo di spigoli, preferirebbe  spazi infiniti dove muovere le sue esili e ingombranti risorse naturali. Perfino le sue orecchie non sono ergonomiche: troppo aperte, quasi drammatiche. Nello zoo mondiale una giraffa sembra un pagliaccio che nasconde, masticando sorniona foglie introvabili, la sua grande fatica esistenziale.