Vietnam

3 Novembre 2008

Gioco di squadra

Gioco di squadra

 

VIETNAM

 

 MILKA GOZZER

Eccomi qua, dall’altra parte del globo terrestre. Regolo l’orologio che segna le 10 pm all’ora di Hanoi. Le 4 del pomeriggio e sono appena sbarcata nel luogo dove poco più di trent’anni fa si combatteva una sporca guerra. Chissà a quante altre guerre si potrebbe attribuire un aggettivo spregiativo. La sola che se l’è preso è la guerra del Vietnam.

 

Perfino alla Prima guerra mondiale è stato attribuito il decisamente più neutro grande. Un contributo dei mass media che dopo la sporca guerra hanno aggettivato quella successiva con fredda. La guerra del Vietnam e la televisione sono nate insieme. Le cronache dal Vietnam entravano nelle nostre case quando gli apparecchi erano ancora in bianco e nero. I primi telegiornali erano fatti di guerra in Indocina e di conquiste spaziali. Ma perché sporca? Perché sono state usate armi chimiche sulla popolazione? Perché sono stati minati e bombardati Stati neutrali come il Laos? Perché dietro la guerra c’erano nazioni ben più grandi che manovravano e armavano i giochi? Questo e probabilmente altro ancora. Alcuni storici ipotizzano che se nel novembre del 1963, il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, non fosse stato assassinato, e se Papa Roncalli non fosse stato ucciso da una malattia cinque mesi prima, le due più importanti diplomazie del mondo, quella degli Stati Uniti e quella del Vaticano, avrebbero operato in una direzione differente e la terra non si sarebbe divisa in due blocchi e non ci sarebbe stato un decennio di guerra in Indocina.

Io non posso ricordarmi quelle cronache in bianco e nero ma quando ho detto in giro che ero intenzionata ad attraversare il Vietnam in bicicletta mi hanno guardata come se quella guerra non fosse mai finita. E’ strano il destino di certi luoghi, vengono ricordati e classificati per un fatto, senza scrollarselo mai più di dosso. Non è solo una questione di luoghi comuni. Gli Stati Uniti hanno tolto l’embargo al Vietnam solo con l’amministrazione Clinton.

Io ho appreso molte cose della sporca guerra soprattutto grazie alla mia passione per il cinema. Hollywood ha prodotto un numero considerevole di film sull’argomento, con una particolare descrizione dell’orrore patito dai soldati americani spediti al fronte e tornati eroinomani o privi di qualche pezzo. Sul fronte orientale però mi rimangono molti omissis.

Comunque, quando Hollywood ha capito che l’ennesimo film ispirato alla guerra in Vietnam non avrebbe più riempito le sale, di questa penisola adagiata nel Pacifico, non s’è più saputo nulla. E’ rimasta lì, cristallizzata nella sua guerra sporca.

Così mi sembra abbastanza regolare, appena atterrata ad Hanoi con l’idea di procedere verso Sud e arrivare a Ho Chi Min., guardarmi le spalle. Un vietcong potrebbe pur sempre scambiarmi per un’ americana e trascinarmi in qualche spaventoso carcere modello “Fuga di mezzanotte” e nessuno saprebbe più nulla di me: in fondo sono andata in Vietnam e me la sono cercata!

Dall’Italia ci vogliono circa venti ore di volo per arrivare nella capitale del Vietnam a Nord del Paese, nella medesima posizione che occupa la città dove risiedo, Trento, sullo Stivale d’Italia

Arrivare con un viaggio non organizzato comporta un primo ostacolo. Uscire dall’aereoporto con bagagli e bicicletta e superare la folla di decine di uomini che parlano una lingua incomprensibile, districarsi tra sorrisi e mani che chiedono udienza per trascinarti su qualche taxi. Cerco di non perdere di vista il mio compagno di viaggio e di tenermi stretto l’ingombrante bagaglio al seguito, mentre un’ aria dolce e umida mi accarezza il naso. E’ la fine di ottobre e il clima regolato dal monsone che spinge da Nord-Est è ancora secco. Fino alla fine novembre, è un vento che porta acquazzoni quotidiani nella parte meridionale del Paese, ma per quel tempo saremo a casa.

Con me c’è l’amico Nicola Guarnieri. Un giornalista di provincia, biondo e spilungone, musicista, scrittore, pacifista convinto: ha sposato la causa della non violenza prima in Bosnia e poi in Congo. E’ un tipo sempre pronto a mettersi dalla parte degli sfigati. Io lo chiamo Bussola perché soltanto lui è capace di decifrare certe cartine stampate imprudentemente alla rovescia ed è in grado di scovare anche in mezzo al deserto della Namibia o tra le terre sperdute del Kirghizistan la giusta direzione: si ferma, smonta dalla sella, si guarda intorno e poi alza il braccio e dice “di là”. Viaggio in bicicletta con lui da quindici anni e continua a sorprendermi la sua capacità di riuscire a trovare sempre la giusta direzione. Quando glielo dico, lui ride e dice che da piccolo ha fatto orienteering. Con gli scout.

L’hotel di Hanoi è scelto a caso da una guida. Interessa soprattutto che le bici siano al sicuro, che sia pulito e che le persone siano gentili. L’idea è di restare ad Hanoi solo un paio di giorni, il tempo di riprendersi dal volo, buttare l’occhio in qualche ufficio turistico – se c’è – e poi partire.

La prima tappa fino al Golfo del Tonchino (ma si chiama baia di Ha Long) poi mirare a Sud per un totale di 1500 km fino raggiungere l’ex Saigon, magari con una puntatina nel Delta del Mekong, se ci avanza tempo.

In coda per il controllo del passaporto, davanti ad un bancone di granito lucido dietro al quale si cela un funzionario in divisa militare, considero che la divisione del mondo è avvenuta anche per stereotipi. La lentezza burocratica e il grigiore uniforme dell’asse comunista sovietico-cinese contro la frenesia isterica e sorridente del capitalismo democratico dell’Ovest. E’ con la guerra del Vietnam che noi occidentali, non potendo più fare i colonialisti perché non sarebbe stato democratico, ci siamo inventati il gioco dei buoni e dei cattivi: si trattava soltanto di convincersi da che parte stava l’Impero del Male.

Erich Auerbach, un acuto pensatore, scrisse che il mondo delle nazioni è l’unico che l’Uomo conosce perché l’ha creato – mentre non può conoscere il mondo della natura perché è stato creato da Dio.

Nel mondo delle nazioni, succede che ad un certo punto, un Paese, per quanto piccolo e perciò insignificante, si trovi a occupare una posizione scomoda. Succede che si divida a metà e che ciascuna delle due metà diventi la metafora della divisione della Terra.

Io sono appena sbarcata in quella che era la metà chiamata Vietnam del Nord, patrocinata – dietro le quinte – da Cina e Unione Sovietica. Ho intenzione di arrivare nella seconda metà, quella dell’ex Vietnam del Sud sostenuta – palesemente - dagli Stati Uniti. Poiché sono italiana e il mio Paese, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è alleato con gli Stati Uniti, mi trovo idealmente in terra nemica.

Il funzionario dell’ufficio passaporti guarda il mio visto colorato che occupa un’intera pagina del passaporto. Guarda la foto e guarda me, poi senza mutare un muscolo del suo viso imperlato da un leggero velo di sudore trasparente, a bassa voce dice qualcosa di assolutamente incomprensibile. Mi alzo sulle punte dei piedi per ridurre la distanza fissata dal bancone di granito tra me e lui e dico, tanto per far capire che sono veramente italiana e non americana: “Come scusi?”. La mia faccia è una palestra di muscoli in piena attività. La differenza tra noi occidentali e gli orientali è che noi non siamo in grado di contenere le emozioni, specie quando subodoriamo un potenziale disagio. Ed è pure peggio se sei italiana, abitante della patria della commedia dell’arte. Smorfie e gesti sono lì, in agguato, nel tuo Dna tricolore, pronti a sbucare impertinenti come due corna scaramantiche.

Il problema è che non ho riempito la parte in cui si chiede dove il visitatore intende pernottare durante la sua permanenza nella Repubblica Socialista del Vietnam. Intende ad Hanoi o per i ventidue giorni di visto? Perché ancora non conosco le risposte. Così improvviso, dico la mia prima bugia al governo del Vietnam: prendo un nome a caso dalla guida e glielo scrivo in stampatello. La seconda bugia, per la quale chiedo ufficialmente scusa a tutti i governi dei paesi che ho visitato, è contenuta nella casella professione. Scrivo antropologa. Nicola dichiara sempre “clerk”. Soltanto una volta, al governo iraniano, abbiamo detto la nostra professione di giornalisti. Ci hanno negato il visto. Ecco perché mentiamo.

Finalmente un paio di timbri rossi calano sul mio passaporto, apposti dal primo vietnamita con cui ho a che fare e che mi sta improvvisamente molto simpatico.

Non nutro gli stessi sentimenti per il conducente del mini bus che ci trasporta in città. Alle sette di sera è buio pesto e la strada dove ci scarica anche di più e l’hotel non è quello che gli abbiamo indicato.

Ma che importa, forse ci siamo fraintesi. L’hotel Camelia è piccolo, pulito, economico. Le nostre bici sono al sicuro vicino al frigo dei gelati.

 

Pedalare in Asia è qualcosa di assolutamente comune: come andare nei campi con il trattore o in guerra con il carro armato. Hanoi pullula di biciclette, risciò, trisciò. Cosa si può volere di più? Il mio primo impatto in sella alla bici è però al quanto timoroso. Il volume del traffico composto da biruote è sorprendente: il suono dei motori di scooter e motorini è un incessante sottofondo sonoro. Gli incroci sono caoticamente in movimento. Niente semafori, la segnaletica scarseggia e divisioni di veicoli si fermano e improvvisamente ripartono in massa. Come funziona? Qual è il segnale? E’ possibile che siamo regrediti al punto tale da non saper procedere se un segnale luminoso o acustico non ci dà l’ok?

Me lo sto chiedendo, improvvisamente ipnotizzata come un gatto davanti ai fari abbaglianti di un’auto, mentre un esercito di ciclisti e scooteristi vietnamiti sta arrivando e mi travolgerà di sicuro. L’urlo di “Schiodati!” del mio amico Bussola mi scuote. Mi butto nella mischia e, miracolosamente indenne, riemergo guadagnando il lato più a destra della corsia di marcia.

Le strade di Hanoi sono ossessivamente in movimento, una propaggine degli interni, come se il senso della proprietà privata fosse qualcosa di flessibile, mutevole a seconda delle situazioni. Un marciapiedi può essere lo spazio per un barbiere, basta una sedia e uno specchio appeso al muro, mentre lì accanto un ragazzo con un martello picchia una lamina di rame appoggiata ad un’incudine e lì accanto delle minuscole seggiole di plastica rossa attorno ad un tavolino con al centro una teiera e delle ciotole fanno un bar, e lì accanto un bambino fa la cacca centrando uno dei tanti canali di scolo che scorrono lungo le strade.

Se guardo in alto vedo un groviglio di cavi a cielo aperto che si intrecciano dondolanti da un edificio all’altro. E’ come se tutto lo spazio debba essere occupato da qualcosa o da qualcuno che fa o si dà da fare. I vietnamiti mi sembrano da subito delle persone in continuo movimento in questa città dalla toponomastica che non fa letteratura ma guarda alla concretezza del quotidiano. Via della Seta, via del Ferro, via del Bambù, via della Carne, a seconda della merce che ti serve sai dove andare a trovarla, ti basta il nome della via.

E’ apprezzabile questa aderenza tra il nome e il vero significato di una cosa, aderenza che comprende i nomi dei fiumi, delle persone, delle strade. La più lunga strada del Vietnam, quella che noi percorreremo da Hanoi fino a Ho Chi Min, e che collega l’intero Paese, si chiama Strada della Riunificazione: un nome che contiene un proposito e un concetto preciso – questo Paese non sarà più diviso. Lo trovo estremamente rassicurante.

Hanoi è una capitale abitata da circa tre milioni e mezzo di persone, lambita dal Fiume Rosso e popolata da diversi laghi. Viaggiare in bicicletta mi ha sempre sollevata dalla particolare ansia da prestazione turistica che spesso coglie il viaggiatore costretto a fare i conti con il tempo a disposizione e gli imperativi suggeriti dalle guide. I luoghi “da vedere assolutamente” ho deciso di sostituirli con una più piacevole e serena scoperta dei “non luoghi”, ossia siti e situazioni in cui ci si imbatte casualmente, pedalando o camminando. Perciò, per la sola serata che passo ad Hanoi, – dove i luoghi da “vedere assolutamente” sono decine - la mia scelta cade su uno spettacolo di marionette sull’acqua in scena al teatro comunale Thang Long in Dinh Tien Hoang Str.- un edificio affacciato sul lago. Saremo un centinaio di spettatori, sprofondati in poltroncine di velluto rosso comunista che trasudano un calore umido mentre sul palcoscenico gli attori-burattinai, che rimangono per quasi due ore immersi nell’acqua fino alla cintola, muovono marionette di legno, laccate con colori variopinti. Mentre in vari atti viene inscenato il mito di una cultura orientale millenaria su un palcoscenico che è di fatto una piscina, cerco di sbirciare nel buio della sala le espressioni degli spettatori vietnamiti. Ma a parte un rispettosissimo silenzio, non trovo nulla di diverso da un qualsivoglia pubblico pagante che assiste ad uno spettacolo di teatro.

Un caldo ventilato sigla la nostra partenza da Hanoi, alle otto di mattina. Entrare e uscire dalle grandi città con una bicicletta comporta sempre difficoltà di orientamento che rubano, a volte in modo frustante perché sembra di girare a vuoto, il tempo destinato ad una tappa giornaliera. Grazie al fiuto del mio amico Bussola, in meno di un’ora riusciamo a districarci dal reticolo di strade e dalla difficoltà di chiedere un’informazione all’uomo della strada. Che qui è duplice: linguistica e semiotica. La nostra cartina riporta le località e i simboli in inglese, ma l’alfabeto latino non corrisponde ai segni e ai suoni della lingua vietnamita. Tuttavia questo braccio di strada verso il Golfo del Tonchino è uno dei più battuti dai turisti, perciò qualche parola di inglese i vietnamiti del Nord sono abituati a comprenderla.

La prima destinazione è la Baia di Ha Long che dista circa 150 km a est di Hanoi e che contiamo di percorrere in due tappe. Ho comprato un cappello, prima della partenza. E’ un elmetto di plastica rigida, verde oliva con una stella su campo rosso. Lo indossa la maggior parte degli uomini che circolano. Così, con il mio elmetto verde oliva, sfilo davanti al soldato piantonato all’imbocco di uno dei ponti che attraversano il Fiume Rosso, lasciandomi la capitale alle spalle e imboccando una strada a due carreggiate, più due corsie riservate alle bici e ai pedoni. L’ordine di marcia è totalmente sovvertito da una mescolanza caotica di mezzi che procede dove la strada è libera e che comprende camion, bici e motociclette carichi di merci in modo indicibile. Le mie borse laterali mi sembrano improvvisamente insignificanti, per peso e volume, paragonate al grattacielo di tappeti che una donna ha disposto in bilico dietro la sua bicicletta. Un uomo, una donna seduta dietro e un bambino piazzato sulla canna della due ruote trainano un carretto pieno di maiali che grufolano l’aria con i loro inquieti musi rosa. Ecco come l’energia prodotta da un uomo che pedala compete e vince, in termini di massimo rendimento e di minimo inquinamento, con un motore a scoppio. Per un po’ rimango al seguito di un trasporto davvero eccezionale: una gabbia alta almeno un metro e larga altrettanto, piazzata sul sellino posteriore di una bici. E’ formata da file di sottile reticolo dalle quali sbucano i posteriori di decine di polli vivi, debitamente incamerati in sacchetti di naylon colorati per evitare, durante il tragitto, che spargimenti impropri finiscano in faccia agli altri ciclisti!

Prima che alla baia di Ha Long, questa larga e dritta strada porta ad Hai Pong, la terza città più popolosa del Paese, “strategico centro industriale e commerciale che si affaccia sul Golfo del Tonchino”, leggo sulla mia travel map del Vietnam. Il traffico è molto caotico e assordante per i primi trenta chilometri, poi si sfoltisce, cominciano le risaie. La strada è piana, il cielo azzurro. Tra il verde delle piantine di riso, qua e là sbuca la sagoma sottile di contadine piegate in due, che si proteggono dal sole con il cappello a cono sul capo e un rettangolo di stoffa bianca sul volto che lascia liberi solo gli occhi. E’ una copertura che utilizzano per proteggere il bianco della loro pelle dai raggi solari. Ecco la prima spaccatura estetica tra noi occidentali, impegnate a dotarci di un’ abbronzatura dorata, e le orientali attente a mantenere un pallore diafano, sinonimo di estremo fascino.

Quando pedalo lontana dall’Europa, provvedo a mimetizzarmi il più possibile con tutto ciò che mi circonda. Il massimo del risultato, credo di averlo ottenuto in un villaggio dell’Uruguay, dove arrivai stanca, sporca e con borse e bici impolverati, quasi alla fine di una lunga e faticosa tappa. Un ragazzino, al quale chiesi se nei paraggi c’era un posto di ristoro, con la mano appoggiata al mio bagaglio e l’aria di dover fare un po’ di educata conversazione, mi domandò: “¿Qué vendes?”, cosa vendi? Ma è raro che altrove riesca a passare per una venditrice ambulante.

In Africa, dove gli abitanti dei villaggi procedono per la maggior parte a piedi, lungo piste di terra rossa battuta, è diverso. Primo perché sei bianca, secondo perché hai una bici – e nell’Africa sub sahariana pochi se la possono permettere – e terzo perché sei una donna. Che c’entra? Pare che per una donna pedalare sia considerato come un fatto denigrante. Me l’ha riferito un missionario del Malawi, dopo che, vedendomi in sella, alcune donne non potevano smettere di ridere.

Qui invece, la ragazzina vietnamita che sta inumidendo la scura e rugosa pelle inaridita di un bufalo d’acqua, prendendo con le manine l’acqua dalla risaia e lanciandogliela addosso, non sembra affatto sorpresa di veder sfilare due stranieri in bicicletta. Forse perché indossano un elmetto verde oliva?

 

 

One Response to “Vietnam”

  1. sa Says:

    Innanzitutto mi scuso per la superficialità del mio commento,ma dopotutto seguo soltanto i miei piccoli neuroni e i link che mi propongono.Riferendomi con leggerezza a piccoli stereotipi da turista, riporto qui ciò che, un giorno della mia visita ad un’amica ad Avignon, mi ha fatto sorridere proprio nell’animo; avete presente quelle tovaglie a piccoli scacchi rossi e bianchi che nei film e nel mondo sono solite essere iconicamente rappresentazioni di ristorante italiano o francese?Beh, proprio uno tra quei giorni in Francia facevo caso a come l’accanimento a voler trovare dei simboli che definiscano una società starniera possa influire sul reale valore di credenze popolari, simboli , tradizioni e/o oggetti appartenenti a tale comunità. Non conosco la storia del design di quelle tovaglie a scacchi rossi e bianchi, ma, un paio di giorni dopo questo mio pensiero, ho sentito una ragazza francese che in un bizzarro negozio di Montpellier ( dove si possono trovare caramelle per rinfrescare l’alito il cui successo commerciale è garantito dalla scatola che le intitola ” caramelle dell’ultima cena” con tanto di dipinto di Leonardo sullo sfondo)chiedeva alla commessa, sua conoscente, se potesse procurarle ” una di quelle tovagliette a scacchi rossi e bianchi tipicamente italiane”…era per un regalo speciale.Boooo! Io non le ho mai percepite come tipiche se non perchè i turisti stranieri le hanno volute come tipiche! Se fossi in grado io ci giocherei a scacchi su quelle tovaglie!si , a scacchi contro e con tutti quegli stereotipi che cosciamente o meno mi attanagliano gli occhi e la mente, da turista anche io.mah…liberi mai.


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