Gran… Tonino!

5 Luglio 2009

scrivereMILKA GOZZER

Il mio primo caposervizio si chiamava Antonino Vischi, detto Tonino. I primi tempi mi chiamava “brutta bertuccia dai capelli biondi”, ma il suo tono non era meschino, né volgare anche quando gridava da parte a parte del salone della cronaca: “chiudi quelle cosce che ti si vedono i coglioni!”. Nel mondo del giornalismo trentino di fine anni Ottanta, effettivamente Tonino sembrava un pesce tropicale in mezzo a due categorie di giornalisti o pseudo tali: quelli della sua generazione, per la maggior parte attaccati alla poltrona come il tanfo delle scorregge silenti, e uno sparuto manipolo di giovani grafomani la cui sorda  aspirazione era lasciare al più presto l’insulsa periferia  per brillare in lidi metropolitani di grande tiratura e grande visibilità che avrebbero davvero compreso il talento del Nuovo Giornalista Moderno. Inutile dire che entrambe le categorie giudicavano, durante le pause caffè, Tonino alla stregua di un inetto, convinti di saper gestire  meglio le pagine di un quotidiano o i rapporti con il direttore.  Molto, ma molto più tardi, ho capito invece che Tonino aveva  compreso, in largo anticipo, che per essere un bravo  giornalista occorre essere, prima di tutto, una brava persona.

Io, che ero l’ultima invisibile ruota del carretto, per mancanza di energia intellettuale e mezzi di sicurezza personale, non sapevo bene come decifrare quel mio primo caposervizio. In fondo, che ne sapevo di come doveva essere un caposervizio? E perché mi raccontava tutte quelle storie? Di quando era caduto con gli sci e l’apice della racchetta gli aveva estratto un occhio, di quando era precipitato con un aereo nel bosco, di lanci con il paracadute che non si apriva, di slavine… Gli piaceva giocare con il cliché del giornalista avventuroso, gli piaceva ubriacarsi di whisky – sghignazzando per l’analogia fonetica che la bevanda aveva con il suo nome -, gli piaceva fumare come un camino, gli piaceva ridere e alleggerire il peso della quotidianità con battute sagaci, quasi poetiche.  Non credo di averlo mai sentito lamentarsi, giudicare, parlare male di qualcuno, e anche se a volte lo guardavo insofferente per  il suo prendermi in giro mentre mi crucciavo su un titolo o un pezzullo come se si trattasse del testo di una bolla papale: “Milka, su con la vita! Vedrai quando ti sposerai, allora sì che dovrai soffrire…”, mi stava simpatico.

Ora penso che era dotato di un linguaggio, di una leggerezza e di una forza comunicativa umana che rifuggiva ridanciana le cerchie degli analisti dei “ massimi sistemi”, non perché non fosse all’altezza del dibattito, ma semplicemente perché le riteneva inutili alla vita reale e per estensione anche al mestiere del giornalista. E questo senza un filo di snobismo. 

Poi un giorno d’estate, verso sera, accadde un fatto. Nella valle del Primiero, nel bosco, venne trovato il cadavere di una ragazza brutalmente uccisa.  All’epoca, nelle redazioni non c’erano i computer, ancora si battevano i testi a macchina: i fogli grigi per i pezzi, i fogli rosa per i titoli. Non c’erano neppure i telefonini, ma le cabine telefoniche, e neppure quelle nei paesi valligiani. Non c’erano neanche le macchine fotografiche digitali.  Si può comprendere, come un omicidio in montagna, a chilometri dalla sede del quotidiano, appreso in serata, voleva dire panico organizzativo, e lotta contro il tempo.  Realisticamente, era impossibile recarsi sul posto, raccogliere le notizie necessarie, scattare le foto, tornare in redazione e scrivere una pagina in tempo utile per andare in stampa.  

E’ anche in questi casi che si misura la capacità di un caposervizio. Ricordo un gran trambusto in redazione. Il caposervizio,  che quella sera non era neppure del tutto sobrio, disse di stare tranquilli, che avrebbe risolto lui.  Ma dopo le 11, le pagine principali erano ancora vuote, e gli sguardi,  che prevedevano già IL  “buco” catastrofico, erano concentrati con sprazzi di livore su un uomo di poco più di cinquant’anni, piccolo e rotondo, che se ne stava stravaccato in poltrona con i piedi sulla scrivania e le mani incrociate dietro la nuca, guardando la televisione.

Poi ricevette una telefonata che ascoltò attentamente, fece diverse domande, con un tono tranquillo e rispettoso – come faceva sempre del resto – domande quasi buttate lì per caso, scarabocchiò qualcosa di indecifrabile su un foglio e non prima di aver pronunciato una battuta (che fece quasi venire una crisi isterica al gruppo di redattori presenti, divorati dall’ ansia per il ritardo), e ringraziato adeguatamente il suo interlocutore, depose la cornetta. Ci guardò tutti, schioccò le labbra dopo un goccio, si girò verso la sua tastiera e, chinato come su un pianoforte, cominciò a scrivere senza soluzione di continuità per circa 15 minuti, quando estrasse l’ultimo foglio del suo pezzo, lo pinzettò e mi chiese di fargli la cortesia di inviarlo, con il bussolotto, giù in tipografia. Ricordo che non lo misi nel bussolotto, ma corsi giù a rotta di collo per le scale mentre lo leggevo: mi sembrava incredibile, me lo ricordo ancora: era perfetto, ritmato, preciso, senza una sbavatura, senza un errore di ortografia, di sintassi, di battitura. Era avvincente e circostanziato, impeccabile, essenziale e completo nel medesimo tempo. Era un pezzo tecnicamente bellissimo.

Quel  giorno compresi  che Antonino Vischi, il mio primo caposervizio, era proprio un grande, un grandissimo giornalista. Quasi un mito.

Leave a Reply