Elogio dell’amicizia
18 Dicembre 2009
Mi è capitata in mano una vecchia foto di quando passavo l’estate in colonia a Calambrone. E’ una delle poche immagini della mia infanzia. Non ho ricordi delle altre bambine in posa sulla spiaggia per quella foto di gruppo. So che potrei iscrivermi a facebook, o a messenger, e cercare nella rete quei visi di tanti anni fa. Ma non ho voglia di farlo perché non sono… amici. Spesso avverto la fastidiosa sensazione di una specie di inflazione che investe le parole. Una di queste è, appunto, amicizia. Se ne sente dire a iosa come se bastasse solo la parola a materializzarne il contenuto. Ci sono pubblicità, programmi tv, siti internet, “comunità” che parlano di “amici”. Ehi, calma ragazzi, l’amicizia è una cosa seria. Almeno per me. All’epoca, quando è stata scattata la foto, soffrivo già di una malattia cronica e congenita chiamata “ansia da prestazione”. Ci sono cresciuta e ci convivo con l’ansia da prestazione che mi prende regolarmente in famiglia, in amore, nei rapporti di lavoro e di studio, con gli estranei. Davanti agli interlocutori di queste categorie, e loro malgrado, io soffro di ansia da prestazione, un’ossessione che mi porta a chiedermi se ho fatto, se faccio o se farò, se ho detto, se dico o se dirò la cosa giusta. E’ incurabile. Però un giorno ho scoperto, come una rivelazione, che c’era una categoria di rapporti dove la mia malattia evaporava. Questa categoria si chiama amicizia. Perciò sono certa che una persona mi è amica quando con lei non soffro di ansia da prestazione. Ora è difficile dire con una singola definizione cos’è l’amicizia. In realtà ce ne sarebbero tante di definizioni. Leggi il seguito
E tu che fai?
29 Ottobre 2009
Facci caso: quando incontri qualcuno che non vedi da un po’, la domanda che ti fa è: e tu che fai? E’ una domanda che non mi piace. Preferirei: e tu come stai? Ma non si usa più. E’ indicativo secondo me, cioè del fatto che uno stato d’animo non interessa più a nessuno, mentre al contrario, l’azione è oggetto di curiosità anche nelle formali domande che si pongono quando ci si incontra per caso. Cosa stai facendo? presuppone il rendiconto di una produttività: lavoro, studio, traslochi, viaggi, di qualcosa di specifico, materiale, tangibile. Secondo me è una domanda anche un po’ invadente. Perché non puoi rispondere: sto camminando, vado al cinema, vado a casa. Devi dire quello che stai FACENDO della tua vita. E in base a questo vieni giudicato. Ho visto la Tale e adesso FA questo… Invece, come stai?, nella sua banalità, presuppone un interesse – per quanto formale, pur sempre un interesse – verso il tuo stato d’animo, i tuoi sentimenti, il tuo benessere (o malessere) fisico e mentale. Puoi rispondere: bene, male, di merda, da dio, così così, a seconda della confidenza con la persona, ma non sei costretto a spiaccicare lì sulla strada l’intera gamma delle tue azioni. E se non ci fossero? Non puoi neanche dire Niente, perché si presuppone che tu FACCIA qualcosa. Non puoi dire: solito, grazie, perché subito ti si ribatte : cioè? Se ti si chiede come stai? puoi anche rispondere solo bene (anche se stai di cacca) e poi passare a parlare del tempo o dell’ultimo film o del fatto che non si trovano più pantaloni a salopette. Voglio dire, puoi anche non rispondere. Ma se ti si chiede che fai ? - notare, è tipico di un interrogatorio: che fai, cosa hai fatto, che farai – non puoi, senza essere maleducato, evitare di rispondere. Non puoi rispondere NIENTE. Dopo un bene, grazie si passa a parlare delle salopette, ma dopo un niente, grazie, si passa irrimediabilmente a come mai? Sì, voto decisamente per e tu come stai? Speriamo ritorni di moda.
L’uomo che cancellava le nuvole
13 Ottobre 2009
Qualche giorno fa, passavo per Pergine valsugana con la mia bicicletta. Quando vado verso Vetriolo o Levico, faccio sempre una tappa nel centro del paese dove c’è una fontana, per riempire la borraccia d’acqua. Era poco dopo mezzogiorno, e in giro non c’era quasi nessuno, ho però notato un uomo fermo sul marciapiede, girato di spalle. L’ho notato perché teneva un braccio e il capo alzati verso il cielo. Più accorciavo le distanze, più il movimento del suo braccio destro mi incuriosiva: oscillava con piccoli tratti precisi . L’uomo era abbastanza alto e corpulento, senza nulla di particolare nell’abbigliamento, avrà avuto una cinquantina d’anni, o forse anche più. Teneva il braccio sempre alzato, e malgrado la posizione scomoda seguitava a muoverlo, come quando si saluta qualcuno all’ultimo piano di un palazzo, infinitamente. Ma la sua mano non era aperta per un saluto e non c’erano case davanti a lui, solo la strada. Il suo gesto era precisamente indirizzato al cielo. Mentre mi avvicinavo, ho visto che tra le dita teneva un grosso pennarello bianco. Era una giornata di cielo variabile, con il sole caldo ma un po’ offuscato. Quando l’ho affiancato , era ormai chiaro che cosa stava facendo. Stava cancellando le nuvole.
A Liliana
14 Settembre 2009

A Liliana che mi ha amato tanto, come una figlia, come un’amica.
Do i numeri
22 Agosto 2009
Dopo una caduta in bici, un dente rotto e un viaggio a Parigi annullato, ho deciso che potevo dare i numeri. Così ho giocato. Al superenalotto, come i milioni di persone che in queste settimane sono in preda alla febbre del milionario jackpot, anch’io, che coltivo il desiderio di costruire un giardino internazionale con al centro una biblioteca, ho deciso di mettere la schedina. Siccome frequento più libri che persone, ho pensato di ispirarmi alla pratica della bibliomanzia: il numero della pagina aperta a caso è quello fortunato. Mi sono accorta però che il gioco è abbastanza frustrante: sei lì in solitudine a guardare i tuoi sei numeri per il tempo brevissimo di un’estrazione, in uno stato di illusione idiota perché comunque la possibilità di vittoria è talmente remota che non bisognerebbe neanche prenderla in considerazione. Il banco vince sempre. Tu, che ci hai messo i soldi, anche mai. Così, nella settimana in cui ho deciso di dare i numeri, sono andata con un gruppo di amici alla sala Bingo. E ho scoperto che, volendo dare i numeri, il Bingo è un gioco più democratico e divertente del superenalotto o del Gratta e Vinci. Prima di tutto perché, per ogni giocata, qualcuno vince sempre il montepremi e poi perché, anche volendo giocare forte, arrivi a spendere, per una lunga serata, i soldi di una pizza o di un giro di bevute. Mi sono proprio divertita! Forse perché eravamo una bella compagnia, o forse perché… HO VINTO ben 116 euro! D’accordo, non costruirò nessun giardino internazionale, né pagherò il conto del mio dentista, ma in ogni caso ho scoperto che dare i numeri in compagnia, è assolutamente più piacevole che darli da soli
La caduta
10 Agosto 2009
Vado sul passo Manghen, metri 2.045 di altitudine, salita da Borgo Valsugana e discesa dalla Val di Fiemme, 110 km di pedalata. Mi preparo bene: la sera prima non bevo, non fumo, vado a letto presto, non mi metto neppure il mio bite contro il bruxismo, leggo tre pagine di “Una vita” di Italo Svevo, sorrido del suo neologismo “andare a notabenarsi”, cioè rendere conto al capo dei propri errori, e spengo la luce. Leggi il seguito
Essere giraffa
2 Luglio 2009
Così è capitato che ci siamo trovati a cazzeggiare. C’è un momento, dopo un esame, in cui la giornata rimane sospesa nel tempo. Così siamo andati al bar, e poi a mangiare, e poi ancora al bar, stufati dal caldo e loquaci con tutte quelle parole che scorrono fuori disordinate e idiote come dopo uno spavento, una scarica di adrenalina. Come un branco di animali diversi. Che leggerezza! Si parla di scrittori giapponesi, di suore rincarnate in passeri, di infanzie in colonia e di nomi storpiati, di professori chiamati dio e di baroni accademici, di fidanzati e di fratelli… Così poi arriva l’equivalente pseudo intellettuale del gioco della bottiglia, ovvero: “se tu fossi un animale che animale saresti?”. Ed eccoci qua, una pantera, un koala, un leone, un cavallo, un lupo e una giraffa. A bere spritz. Conosco il koala, il cavallo e il leone, mentre ho appena conosciuto il lupo e la pantera. Io sono la giraffa. Le giraffe sono gli animali meno… ergonomici del pianeta. Sono grandi, ma fragili con quelle lunghe zampe che sembrano ingarbugliarsi da un momento all’altro, come i fili di una marionetta. Lunghe zampe, ma esposte; lungo collo curioso, ma esposto. Una giraffa incontra difficoltà a procedere nei labirinti di un mondo di spigoli, preferirebbe spazi infiniti dove muovere le sue esili e ingombranti risorse naturali. Perfino le sue orecchie non sono ergonomiche: troppo aperte, quasi drammatiche. Nello zoo mondiale una giraffa sembra un pagliaccio che nasconde, masticando sorniona foglie introvabili, la sua grande fatica esistenziale.
Sto finendo il tetto…
16 Giugno 2009
Oggi è il mio compleanno. Adoro i compleanni. Sono occasioni per far festa con gli amici, e non me le perdo. Durante la mia tormentata adolescenza, passata ad emulare sommariamente gli altri, il giorno del mio compleanno ascoltavo una canzone di Francesco Guccini, dal titolo, appunto, “Il compleanno”. Racconta di una sfigata totale che indossa “un vestito modello francese” (pagato dal padre quasi un mese di stipendio) e organizza una festicciola nel salotto dei suoi dove ogni tanto arrivano i fratelli più piccoli a rompere le scatole. Lei aspetta con ansia questa “grande giornata” per far colpo su “lui”, un tizio che però non la considera neanche di striscio, e che per giunta, durante la festa, si mette a pomiciare con la sua migliore amica! “Non piangere il giorno del tuo compleanno/gli amici ti guardano, cosa diranno/tra un po’ se ne andranno…”. Una tristezza infinita. Oggi non so ancora perché diamine mi struggessi ad ascoltare una simile storia. Ma, una cosa, per la come la vedo io, la so: quando sento qualcuno buttar lì: “magari potessi tornare indietro”, io penso: “col piffero!”. Perché è come dire a uno che s’è fatto un mazzo per costruirsi la casa, e sta giusto finendo di sistemare il tetto, di buttare giù tutto e ricominciare dagli scavi, anzi dalla richiesta di permesso per costruire. Eh no, adesso che sto finendo il tetto, posso al massimo occuparmi del colore delle pareti, dei mobili, delle fioriere alle finestre, o, chissà, posso anche vendere l’intera baracca, cosa vuoi sapere…
Saluti dall’Occitania
11 Maggio 2009
Viaggiare, attraversare una regione, un paese, in bicicletta, coprire mille chilometri, senza un involucro, mi piace, anche, per l’aria che sbatte contro la fronte, le guance, il naso. Annuso e immagino quest’aria che non vedo, ma sento, particelle invisibili, materia sottratta in un soffio a erba, asfalto, case, esseri viventi, cadaveri, merda, rifiuti, sangue, lacrime, respiri, fiumi, saliva, fiori, sudore, pensieri, cenere, parole, fuoco, fango, rugiada, urina, terra, sale, piume. C’è tanta roba nell’aria, che muove, crea, veicola la vita, trasmette il passato, il tempo ed una, curiosamente, recidiva idiozia umana.
Lettera dalla Libia
30 Aprile 2009
A Flavio e al suo nobile cuore.
“E’ come essere d’inverno. La finestra chiusa e il condizionatore acceso. Altrove la sabbia scivola sul mare salato e l’efficienza degli uffici, come tu mi dicevi, si dissolve in un ridicolo caos. La Libia è come la naja, non si può spiegare. A volte manca la luce, a volte l’acqua, in questo campo militare. Leggi il seguito
Grazie Piero
28 Aprile 2009
Vorrei festeggiare il compleanno di un mio grande maestro. Un uomo che mi ha insegnato il valore dell’etica quando si scrive, valore affondato dai rematori della compagine “sbatti il mostro in prima pagina”, che ormai stanno boccheggiando mentre si affannano imperterriti a descrivere il dolore anziché riferire, con semplicità, la complessità dei fatti. Se ho imparato che il dolore non si descrive, ma si rispetta, che, nella parola scritta, il rispetto di ogni essere umano è sovrano, lo devo a lui. Così, oggi, che sono più grande, comprerei una bottiglia di vino rosso, di quelli buoni, e gliela porterei. Mi rivolgerei a lui con quel “tu” che la soggezione di un tempo mi impediva di fare (e che lo faceva incazzare), gli chiederei di parlarmi del passato e dell’attualità, e poi di quel suo libro che parla di “frontiere vivibili”, delle nuove tecnologie, della privacy, del rispetto delle fonti, del suo scrittore preferito, Joseph Roth, a metà bottiglia riderei di gusto per una delle sue battute sagaci che pronunciava in dialetto, a volte trentino, a volte roveretano, e, se fosse di buon umore, lo ascolterei accennare, intercalando, ad un’aria del Rigoletto, con quella voce profonda, autorevole, la voce del metodo, della verifica e del principio della responsabilità individuale, che ti inchiodava: la voce che dava, se possibile, ancora più densità ai suoi interventi, stemprati, giusto ogni tanto, da uno sguardo ironico, solleticato da due boschi di sopracciglia. Gli fumerei mezzo pacchetto delle sue Ms, e poi gli direi quello che tanto tempo fa, troppo piccola e confusa per trovare il tempo, l’occasione e il coraggio, avrei dovuto dirgli. Grazie Piero.
Il razzista
24 Aprile 2009
Ieri pomeriggio, ho seguito una conferenza di prosa e di poesia del ‘900 di area geografica mediterranea. Il relatore, uno dei miei grandi perché ha il talento di far circolare buone idee e valorizzare ottima cultura, ha scelto di parlare delle opere di tre autori: il portoghese José Saramago, il marocchino Mohamed Chourkri e lo spagnolo Juan Goytisolo. Era un piacere ascoltare. Accanto al mio posto, era seduto un uomo che sfogliava ”Quattroruote”, e mi ha distratto quando, da una bustina, ha tolto un fazzoletto detergente, dall’odore pestilenziale, e poi se l’è passato a lungo sul collo e sulle mani. Leggi il seguito
Primavera
11 Aprile 2009
Così, da vicino, si vede bene il suo contorno, rotondo, morbido, peloso, proteso. C’è qualcosa di paziente, di conturbante, nel culo di un’ape.
Quante domande
31 Marzo 2009
Che cosa stai facendo? In che senso? che cosa facevo prima di mettermi al computer, cosa farò dopo, o cosa faccio nella vita? No, che cosa stai facendo adesso? Cosa desideri? Sai cosa vuoi? Vuoi un lavoro? Vuoi guadagnare mille euro al giorno? Vuoi realizzare il tuo sogno? Vuoi diventare una star? Vuoi un iPhone gratis? Che cosa vuoi fare da grande? Vuoi un pc più scattante? Vuoi andare a Disneyland per Pasqua senza spendere una fortuna? Vuoi guadagnare 10.000 dollari investendone 10? Vuoi fare il regista porno? Sei innamorato/a? Vuoi chattare con un single? Vuoi diventare mio amico? Vuoi perdere peso? Vuoi sesso duro e resistente? Vuoi rimanere incinta? Vuoi scoprire la Basilicata? Cosa vuoi imparare oggi? Preferisci My space o Facebook? Amici o X factor? Quale volto della Madonna ti piace? Cosa scegli: la 500 o la mini? Quale canale preferisci? Ti piace l’acqua minerale o quella del rubinetto? Quale personaggio del Vangelo ti è più simpatico? (…) Cosa vuoi che ti dica…
Umanità a quattro zampe
14 Marzo 2009

Al mattino, mentre mi spazzolo i denti, mi affaccio alla finestra del bagno. Vedo i davanzali degli altri condomini. Su quello di destra, giù al primo piano, ieri c’era un cane di grossa taglia, un Alano tedesco. Teneva le zampe appoggiate al balcone e si guardava intorno con aria tronfia. Lì, dritto come un fuso, aveva un che di reazionario nel portamento. Stamane, nel condominio di sinistra, al terzo piano c’era un gatto nero appollaiato sul davanzale. Sembrava annoiato, poi anche curioso. Mi ha dato un’occhiata prolungata. La maggior parte delle persone che conosco ha un animale in casa che chiama per nome, coccola, porta a spasso, cura. Gli animali si stanno umanizzando. Forse un giorno dovrò salutare il mio vicino gatto nero.
L’uomo sulla panchina
11 Marzo 2009
Ogni giorno, uscendo di casa, passo lungo il tratto di un viale alberato di tigli. Seduto su una panchina, c’è sempre un uomo con in grembo un computer portatile. Sta lì anche d’inverno, quando soltanto i piccioni sostano su quelle panchine di ferro color vino. Anche d’inverno indossa un maglione grigio di lana. E’ magro, lo si vede dalle spalle, tiene gli occhi, schermati da un paio di occhiali a montatura nera, incollati al video del suo portatile. La gente che transita a un metro da lui non lo distrae, non alza mai lo sguardo dal suo video. A volte si avvicina allo schermo come per capire meglio una cosa. Sembra che ci metta passione nella sua attività quotidiana. Leggi il seguito